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Ragazzine che si tagliano

A cura di Cinzia Gatti.

I comportamenti di autolesionismo sembrano diffondersi come un contagio tra preadolescenti ed adolescenti. Si tratta di un inconsapevole tentativo di mettere in scena il proprio rituale di iniziazione in una società che non offre più passaggi e pietre miliari a sancire il cambiamento delle età della vita?


Tra i fenomeni che come psicologa presso sportelli di ascolto nelle scuole medie inferiori ho visto diffondersi con maggiore velocità, come una sorta di contagio, vi è stato senza dubbio quello della messa in atto di comportamenti autolesionistici, delicate self-cutting nella definizione di Pao (1969).   Si tratta di lesioni autoinferte, leggere ma ripetute, sottili graffi inferti con oggetti taglienti solitamente su braccia e gambe, nella solitudine delle proprie stanze o nei bagni della scuola.

Dopo il primo colloquio, chiesto da una ragazzina in difficoltà alla fine dell'anno scolastico immediatamente precedente, l'anno successivo ha visto succedersi numerosissimi casi, concordemente a quanto recenti ricerche sembravano evidenziare nella popolazione adolescenziale. Le ragazze, per lo più di seconda e terza media, arrivavano allo sportello individualmente o accompagnate dalle compagne che le spronavano a cercare aiuto. La voce di quel primo accompagnamento, che aveva coinvolto genitori ed insegnanti, ma che non aveva svelato il segreto della ragazzina (il comportamento in questione era stato del tutto occasionale e non costituiva che il sintomo di una situazione di difficoltà a far fronte alle richieste genitoriali, situazione che ha successivamente sembrato trovare soluzione grazie ad un rinnovato dialogo con i genitori) aveva evidentemente fatto rapidamente il giro della scuola e lo sportello dello psicologo era stato riconosciuto come una possibile risorsa cui ricorrere in simili casi.

Le ragazzine parevano consapevoli di avere un problema e sembravano desiderose di cercare una soluzione o quantomeno di raccontare le loro difficoltà, anche se erano di solito riluttanti all'idea di chiedere aiuto ai genitori. Quasi sempre il timore era quello di deluderli e di farli soffrire: tutte sembravano sentire fortemente l'investimento nei loro confronti e il compito loro assegnato di essere felici e soddisfatte. Le ragazzine erano tra loro molto differenti e differente era la gravità del fenomeno e della sofferenza ad esso sottesa, ma, almeno nei casi meno allarmanti, esse sembravano avere numerose caratteristiche dell'adolescente fragile e spavaldo descritto da Charmet (2008).



Ada, così chiamerò l'immaginaria ragazzina che dalle ragazzine che ho incontrato prende alcune caratteristiche per comporre una specie di tipo ideale, era una figlia apparentemente amatissima, nella cui educazione i genitori avevano fortemente investito e a cui veniva soprattutto e sostanzialmente richiesto di fiorire e quindi far fruttare i propri talenti.
Ada si stava tuttavia scontrando con le difficoltà derivanti dalla crescita: il giudizio del gruppo dei pari era diventato improvvisamente importantissimo e anche in assenza di comportamenti di bullismo o di esclusione dal gruppo, qualsiasi rifiuto o distrazione sembrava infliggere ferite gravissime alla stima di se, ferite assai più sanguinose di quelle che Ada si infliggeva nascosta nei bagni.
Il corpo che andava cambiando era crudelmente giudicato e per lo più considerato inadeguato dalla adolescente stessa, che lo avrebbe voluto simile a quello della cantante preferita o della compagna considerata più popolare, conforme a quello dei modelli femminili che le venivano di continuo proposti dalla televisione o dai giornali. Appariva anche una diffusa difficoltà ad immaginarsi da grande, ad immaginare per sé un futuro possibile.
Nei momenti in cui il sentimento di vergogna si faceva più forte (perchè di vergogna sembrava quasi sempre trattarsi) Ada faceva ricorso al ferimento volontario, nel tentativo di trovare sollievo da una emozione che le riusciva intollerabile. Raccontava dopo essersi ferita di provare una improvvisa calma, un senso di vuoto e di sollievo e di non riuscire a smettere nonostante i buoni propositi che costantemente ripeteva.
Riferiscono Rossi Monti e D'Agostino (2009) che “questi comportamenti autolesionisti sono in genere occasionali, ma possono diventare ripetitivi quando il soggetto li assume come modello di condotta per fare fronte a determinate situazioni emotive o per rispondere ai bisogni di identificazione con il gruppo di appartenenza. I pazienti che si feriscono ripetutamente diventano dipendenti dal gesto autolesivo e si identificano con esso al punto di sviluppare la loro identità intorno al gesto autolesivo stesso”. I vari gruppi sul tema presenti sui social e l'identificazione con cantanti famose che raccontavano di aver avuto lo stesso problema consentivano ad Ada di trovare una forma per esprimere il proprio disagio e raccontare la propria infelicità in modo riconoscibile ai coetanei, anche se incomprensibile al mondo adulto. Essi sembravano in qualche modo fornire una sorta di identità provvisoria in un momento di rapido mutamento.

Psicologo Torino autolesionismo

Anche se ci appare ora sorprendente, quasi inspiegabile nei preadolescenti che ci circondano, l'autolesionismo ha in realtà una lunga storia, e numerosi sono i tempi e le culture in cui il ferimento volontario del corpo ha trovato forme culturalmente ammesse di espressione. In particolare il ferimento volontario è stato spesso parte integrante dei rituali di passaggio, atti formalizzati che segnano il passaggio da una condizione all'altra, tipicamente dall'infanzia all'età adulta nel caso dei rituali di iniziazione. Le sanguinose prove subite dai novizi sembrano rappresentare una morte iniziatica alla condizione precedente, nella fattispecie quella infantile, ma accanto alla frattura ed alla morte alla precedente condizione si evidenzia sempre nei rituali un aspetto di continuità, dato dal fatto che il gesto si compie in un quadro sociale condiviso. Pare proprio l'assenza di una comunità che sancisca il passaggio da una condizione all'altra, se non quella virtuale sul web o quella dei coetanei sconcertati, a determinarne la sostanziale inefficacia e quindi la necessità di una ripetizione costante, come già registrava Zoja per i comportamenti tossicomanici.
Se per Van Gennep il rito di passaggio si compone di una separazione dal gruppo sociale, cui segue una fase liminare, in cui ci si è staccati dalla fase precedente senza ancora avere acquisito lo status successivo, e si esita infine in una riaggregazione al gruppo sociale con le insegne del nuovo status acquisito, i cutter, ovvero quei ragazzi per cui il comportamento autolesivo non è occasionale o limitato ad un breve periodo, ma diviene costitutivo della loro stessa identità, sembrano essere in qualche modo bloccati in una fase di liminarità.

In un contesto in cui sembrano radicalmente mancare significativi momenti di passaggio, in cui la distinzione tra le differenti generazioni sembra essersi fluidificata se non appiattita e in cui diviene sempre più difficile immaginare il futuro, i ragazzi paiono tentare di mettere in scena un rituale e definire la loro identità con un linguaggio che riecheggia luoghi e tempi lontani, alla ricerca di un limite, di un confine che solo il dolore acuto della ferita sembra fuggevolmente restituire.

Torino, 18 luglio 2014

dott.ssa Cinzia Gatti, psicologa

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Bibliografia  
Aime, M. Pietropolli Charmet, G. (2014) La fatica di diventare grandi. Einaudi, Torino.
Pao, P (1969) The Syndrome of Delicate Self cutting, in British Journal of Medical Psychology, 42, pp 213-221.
Pietropolli Charmet, G. (2008) Fragile e spavaldo. Ritratto dell'adolescente di oggi. Fondazione Eventi, La Spezia.
Rossi Monti, M. D'Agostino, A. (2009) L'autolesionismo. Carocci, Roma.
Van Gennep, A. (1909) Les rites de passage. Trad it I riti di passaggio. Bollati Boringhieri, Torino, 2002
Zoja, L. (2003) Nascere non basta. Cortina, Milano.


Siti

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Informazioni sul self injury ed altri disturbi mentali, articoli e studi.
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